Benessere in architettura: psicologia e progetto per ambienti che rigenerano

Alpac partner della Masterclass by Architecture Insights ospitata da Gate Architects a Milano

Il benessere non è il comfort. Il comfort è misurabile — temperatura, luce, acustica, qualità dell’aria — e l’ingegnere sa rispondervi con precisione. Ma c’è un gap tra il comfort e il benessere, uno spazio in cui entrano le emozioni, i ricordi, il senso di appartenenza, la relazione tra chi siamo e i luoghi che abitiamo. È in quello spazio — ancora poco esplorato dalla pratica progettuale — che si è mossa la Masterclass “Benessere in architettura. Psicologia e architettura per ambienti che rigenerano”, tenutasi lo scorso 24 marzo presso lo studio di Gate Architects in Corso Europa a Milano.

L’evento, organizzato da UsUp nell’ambito del format Masterclass by Architecture Insights e promosso da Alpac, ha messo a confronto due discipline che raramente dialogano ma che condividono lo stesso obiettivo: la psicologia e l’architettura. A guidare il confronto, Francesca Fiore, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, e Chiara Tonelli, Professoressa Ordinaria di Architettura all’Università Roma Tre, con Antonella Marzi, fondatrice di Gate Architects, nel ruolo di host e moderatrice dell’incontro. Ad aprire i lavori, Elena Perlotti, Ingegnere e Prescription Manager di Alpac.

La solastalgia: quando i luoghi feriscono

Francesca Fiore ha aperto il confronto con un concetto che ha attraversato l’intera serata: la solastalgia, termine coniato dal filosofo Glenn Albrecht per descrivere un’emozione che non è nostalgia del passato, ma un dolore del presente — lo sgomento che proviamo quando i luoghi che abitiamo si trasformano al punto da non riconoscerli più. Non serve un trauma: basta una ristrutturazione che cancella le tracce della nostra storia, un quartiere che perde i suoi riferimenti, una città che si depaupera del verde. Il risultato è una disconnessione identitaria: noi siamo anche i luoghi in cui siamo cresciuti, e quando quei luoghi cambiano, qualcosa dentro di noi si frantuma.

La buona notizia, ha spiegato Fiore, è che i luoghi possono anche curare. La luce naturale attiva il sistema parasimpatico e stimola la produzione di serotonina e dopamina; il contatto con il verde riduce lo stress e favorisce il recupero dell’attenzione secondo la Attention Restoration Theory di Kaplan. I corridoi ecologici, le alberature stradali, i parchi urbani non sono decorazione ma infrastruttura di salute mentale. Le città che costruiamo, ha concluso con un’immagine potente, diventano le emozioni che abiteremo. E progettare emozionando è la base di qualsiasi progetto vincente.

Il gap tra comfort e benessere

Chiara Tonelli ha raccolto la provocazione portandola sul terreno del progetto. L’architetto, ha osservato, vive un paradosso: deve interpretare i desideri di altri, sapendo che la casa finita non sarà mai quella che avrebbe disegnato per sé. Ma se non ha chiaro che il benessere dell’utente è il suo fine principale, sbaglia il lavoro. E il benessere non si esaurisce nel comfort termico, acustico, luminoso — esiste un livello più profondo, quello in cui l’architettura diventa educativa, costruisce riferimenti identitari, offre landmark a cui ancorare lo sguardo e il senso di orientamento.

Tonelli ha poi lanciato una riflessione che ha animato l’intero dibattito: la stratificazione tecnologica contemporanea — isolanti, barriere al vapore, schermi, ventilazione meccanica — è una risposta a un’architettura che ha perso l’inerzia termica e la capacità di respirare naturalmente. Il Pantheon sta lì da duemila anni senza un monoblocco. Palazzo Farnese regalava fresco ai viandanti attraverso la massa muraria. Oggi costruiamo edifici stagni che richiedono macchine per ricambiare l’aria. Non un’accusa, ha precisato, ma un invito a interrogarsi: tutta questa stratificazione è la vera soluzione, o stiamo inseguendo un paradigma di comfort che sta modificando il pianeta?

Il foro finestra come dispositivo di benessere

Elena Perlotti ha portato la prospettiva di Alpac con un intervento che ha trasformato un elemento apparentemente tecnico — il foro finestra — in un nodo progettuale decisivo. Il foro finestra, ha spiegato, è il punto in cui si incontrano tutte le dimensioni del comfort: luce, aria, temperatura, suono, percezione dello spazio esterno. Una finestra mal gestita può produrre fino al 20-25% delle dispersioni totali dell’involucro e un decadimento acustico di 10 decibel. Ma una finestra ben progettata diventa il dispositivo attraverso cui il mondo entra nel nostro ambiente — filtrato, dosato, rigenerato.

Alpac, da circa 40 anni, affronta questa complessità attraverso il monoblocco: un contenitore tecnologico customizzato che integra isolamento, schermature solari, ventilazione meccanica puntuale e parapetti, adattandosi a ogni tipologia di muratura e di progetto — dal residenziale allo studentato, dall’hotel alla scuola, dalla nuova costruzione alla riqualificazione di edifici vincolati.

Il dato più significativo emerso dall’intervento: il 90% della nostra vita lo trascorriamo in ambienti chiusi, e l’aria interna può essere 5-10 volte più inquinata di quella esterna. Il comfort, ha concluso Perlotti, non è una conseguenza dell’edificio — è una scelta progettuale che va affrontata fin dalle prime fasi del progetto.

Gate Architects: il cancello aperto tra culture e discipline

Antonella Marzi ha arricchito il confronto con la prospettiva internazionale di Gate Architects — studio milanese il cui nome evoca un portale aperto verso culture diverse, non una chiusura. L’esperienza in Sud America, dove la relazione tra persone conta più dell’involucro edilizio e il social housing deve fare i conti con otto metri quadrati per due persone, ha offerto un contrappunto provocatorio: là il comfort tecnologico è quasi assente, ma la dimensione sociale dell’abitare è più viva. Il binomio tra approccio europeo — attento alla prestazione — e approccio sudamericano — attento alla relazione — ha aperto una riflessione su come l’architettura possa integrare entrambe le dimensioni.

Progettare con simpatia

La Masterclass ha fatto emergere un messaggio trasversale: il benessere in architettura non si riduce a un’equazione di parametri fisici, ma chiama in causa la dimensione psicologica, identitaria e relazionale dell’abitare. La solastalgia che proviamo quando i luoghi si trasformano, i landmark di cui abbiamo bisogno per orientarci, la luce che ci ricarica, l’aria che respiriamo in ambienti sempre più stagni — tutto converge verso un’architettura che deve imparare a curare, non solo a contenere. Come ha sintetizzato Francesca Fiore, le città che costruiamo diventano le emozioni che abiteremo. E progettare con simpatia — nel senso etimologico di stare con l’emozione — è forse la sfida più urgente per chi disegna gli spazi del futuro.

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