
Clever Spaces nasce da una domanda che va oltre il Real Estate: che cosa serve davvero alle persone per esprimere al meglio il proprio talento?
Per rispondere, il team Workplace Strategy, Project & Development Services e Tenant Representation di Cushman & Wakefield Italia ha coinvolto in un workshop quaranta professionisti italiani under 35, insieme ad Alberto De Biasi, PhD in Organizational Development and Change, autore de L’Arte del Talento e con oltre venticinque anni di esperienza nella facilitazione di percorsi di sviluppo della leadership.
Il campione rappresenta le generazioni Y e Z, quelle che più direttamente sperimentano i limiti strutturali dell’home working. Per questi lavoratori l’ufficio non è un retaggio culturale, ma può essere concretamente il luogo migliore in cui lavorare, a condizione che lo spazio sappia offrire valore. È anche la generazione caratterizzata da una maggiore mobilità lavorativa: ogni giorno di presenza in ufficio è una scelta, e lo spazio deve quindi essere capace di meritarsela.
Il risultato è una ricerca che restituisce dati, insight e indicazioni concrete, dei quali presentiamo qui di seguito una parte. Una fotografia dei bisogni emergenti e delle opportunità per progettare ambienti capaci di attrarre, coinvolgere e sostenere il talento.

Quali sono gli spazi preferiti?
Attraverso il workshop, Cushman & Wakefield Italia ha chiesto ai partecipanti di ordinare per importanza quattro tipologie di spazio, in funzione della loro capacità di favorire il talento. Ne emerge una gerarchia chiara: le zone dedicate al focus sono la prima scelta per quasi la metà del campione (49%), con un distacco significativo rispetto alle altre categorie.
Il focus si conferma quindi il bisogno prioritario, in un campione prevalentemente giovane e abituato a lavorare in modalità ibrida. Gli altri bisogni non scompaiono: le aree chill-out (27%), quelle dedicate alla collaborazione (13%) e alla comunicazione (11%) completano un quadro articolato. Lo spazio di lavoro dovrebbe offrire possibilità diverse, evitando soluzioni rigide: la distribuzione delle preferenze ne è una conferma. Per questo, il modello activity-based, basato su zone differenziate in funzione delle modalità di lavoro e dei diversi livelli di stimolazione, si conferma una delle risposte progettuali più coerenti con la complessità dei bisogni reali.
Gli anni successivi alla pandemia hanno spinto le organizzazioni a ripensare gli uffici in chiave più sociale: più spazi di incontro, aree lounge e occasioni di collaborazione informale. Una risposta comprensibile e, in larga parte, efficace. Ma oggi il pendolo sembra essersi spostato: il bisogno che più fatica a trovare risposta è quello opposto, la concentrazione.
Non si tratta di invertire la rotta, ma di trovare un nuovo equilibrio tra spazi che connettono e spazi che proteggono. Un equilibrio che non dipende solo dal progetto, ma anche dalle regole condivise attraverso cui quegli spazi vengono vissuti quotidianamente.
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