
Mario Abis, presidente di Makno e docente di statistica, da oltre 30 anni si occupa di ricerca sociale e di marketing, di consulenza strategica per grandi gruppi industriali e finanziari, istituzioni ed enti pubblici. In particolare, negli ultimi anni, ha lavorato sui settori dell’housing e dell’urbanistica. Con Abis, che sarà ospite al Forum Architecture Insights i prossimi 13 e 14 maggio a Roma, abbiamo condiviso qualche riflessione su come sta cambiando il valore della casa, anche a favore di un concetto più ampio e pervasivo di abitare.
Da molti anni Mario Abis segue rilevazioni sui temi della casa. Tra le iniziative, l’Osservatorio Housing Tomorrow, che da oltre dieci anni conduce una mappatura del settore e che a breve produrrà gli esiti dell’ultima survey.
Con il Piano Casa torniamo a parlare di questo tema strategico per il nostro Paese. Come sta cambiando il suo valore sociale?
Cambia radicalmente, anche dal punto di vista del valore antropologico, simbolico, economico; l’acquisto della casa era al primo posto tra gli obiettivi degli italiani, motivo primario del risparmio, della ricchezza conservata. Oggi questo posto, in una ipotetica classifica, è sceso di qualche posizione a vantaggio, soprattutto per i giovani, di altri valori, quali la mobilità. La possibilità di spostarsi, di andarsene; quindi, la casa non è l’approdo, per molti di loro è da intendersi come un servizio, una commodity.

Un cambio valoriale che si inserisce in uno scenario di modifica strutturale della nostra società…
Dobbiamo considerare l’inverno demografico tra i fattori del cambiamento; in Italia siamo scesi sotto i 60 milioni ed entro il 2050 saremo 5 milioni di abitanti in meno, attorno ai 54 milioni e molti in età avanzata. Inoltre, dopo il Covid, la struttura sociale si è frammentata, dando spazio a contesti nuovi, con una maggiore valorizzazione dell’individualità. La pandemia ha creato una situazione di decomposizione della struttura familiare, sino ad arrivare ad un grande malessere sociale che va da forme di depressione a forme di paura e panico.
Tutti elementi che il settore della progettazione dovrebbe considerare come driver…
Se la casa non è più un valore simbolico di approdo, ma è un bene strumentale all’interno di un sistema valoriale più ampio, andrà pensata diversamente.
Inserire la competenza su questi temi – chiamiamoli di conoscenza sociale – significa non solo poter interpretare la domanda, ma anticiparla. Se l’iter di progettazione e costruzione di una abitazione dura tre-cinque anni, significa dover leggere il cambiamento e ipotizzare che in questo lasso temporale sarà molto probabile che le esigenze degli acquirenti o affittuari saranno diverse. Questo è un aspetto che, per la mia esperienza, difficilmente viene accolto nella cultura del progetto.
Quale, quindi, nel quadro valoriale, il cambiamento più importante?
La casa come valore primario sta cedendo il passo alla qualità dell’abitare che, per un pubblico giovane, significa una combinazione di valori culturali, estetici, ambientali che vanno oltre allo spazio privato per abbracciare la dimensione pubblica. Intendo dire che il tema dell’abitare evolve e dalla casa diventa spazio pubblico condiviso, luogo dell’intrattenimento e dell’università, del viaggio ecc. L’abitare incarna la combinazione dei fattori che “fanno star bene”, abbiamo superato la dimensione domestica come spazio da esibire.
Il well-being include anche gli aspetti legati alla salute, alla qualità dell’aria, al verde, ad una buona illuminazione ed acustica, e questo è un tema progettuale significativo.
Se questo è il contesto, sebbene in evoluzione, è comprensibile come i nuovi temi dell’architettura – student e senior house – siano meritevoli di una particolare attenzione, maggiore di quella che gli dedichiamo.

Tutto questo vale anche ad una scala più alta, quella della città?
Sì, la connessione fondamentale è il rapporto con la città, fra casa e città.
Oggi abbiamo un problema sociale e psicosociale, la grande solitudine negli spazi urbani. Che coinvolge gli anziani, con una popolazione che arriverà al 35% di persone oltre i 65 anni nel 2050; ora siamo comunque già oltre il 32%. Contemporaneamente la popolazione giovanile vive preferibilmente da sola, e soffre anch’essa di solitudine.
Bisogna quindi pensare ad una armonizzazione strategica, una visione integrata pubblico-privato dove la questione dell’abitare si confermi lo strumento centrale attorno al quale lavorare sullo sviluppo dello spazio urbano.
La nostra società ammalata può essere curata e l’abitare è una parte importante della cura.
Testo a cura di: Donatella Bollani


