Architetture in habitat estremi: progettare resilienza tra ricerca scientifica e innovazione architettonica

Essepi partner della Masterclass by Architecture Insights ospitata da ARW a Brescia

Per molto tempo abbiamo progettato dando per scontato un contesto stabile. Oggi quel contesto non esiste più. Il cambiamento climatico non è più uno sfondo: è una condizione progettuale che obbliga a ripensare il modo in cui progettiamo, costruiamo e abitiamo lo spazio. È da questa presa d’atto che è nata la Masterclass “Architetture in habitat estremi. Progettare resilienza tra ricerca scientifica e innovazione architettonica”, tenutasi lo scorso 26 marzo presso lo studio di ARW in via Fratelli Cairoli a Brescia.

L’evento, organizzato da UsUp nell’ambito del format Masterclass by Architecture Insights e promosso da Essepi, ha messo in dialogo tre prospettive — scienza del clima, ricerca architettonica e industria dei materiali — attraverso le voci di Elisa Palazzi, climatologa e Professoressa Associata di Fisica del Clima all’Università di Torino, Ornella Iuorio, Professoressa Associata in Architectural Engineering al Politecnico di Milano, e Marco Pompili, Direttore Generale di Essepi. A moderare il confronto, Matteo Facchinelli, architetto e founding partner di ARW.

La montagna come laboratorio anticipatore

Elisa Palazzi ha portato al tavolo il dato scientifico nella sua forma più netta: le montagne si sono scaldate a un ritmo doppio rispetto alla media globale, l’Artico quattro volte più velocemente. In un secolo e mezzo il riscaldamento medio del pianeta è stato di 1,3°C — nelle aree montane il doppio. La montagna non è un caso isolato: è un laboratorio che anticipa ed estremizza ciò che vedremo altrove, più diluito nel tempo.

Il meccanismo è fisico: l’orografia amplifica le piogge, l’atmosfera più calda contiene più vapore acqueo ed è più energetica, quello che prima era un torrente ingrossato oggi diventa un’esondazione. Ma il rischio, ha ricordato Palazzi, non è solo l’evento estremo: è la combinazione tra hazard, vulnerabilità del territorio e esposizione di persone e infrastrutture — ponti, strade e edifici costruiti per un clima più stabile.

La climatologa ha chiuso con un concetto potente: i tipping point positivi. Se i punti di non ritorno climatici spaventano, esiste un loro speculare nella società e nell’economia. Piccoli cambiamenti che, raggiunta una massa critica, si amplificano da soli. È successo con l’auto elettrica in Norvegia e con l’eolico offshore nel Regno Unito. La domanda per chi progetta e costruisce è: quale può essere il prossimo tipping point positivo nel settore delle costruzioni?

Imparare dalla natura: biomimetica e fabbricazione avanzata

Ornella Iuorio ha spostato il confronto dalla diagnosi alla risposta, partendo da un principio che attraversa tutta la sua ricerca: imparare dalla natura. La biomimetica — lo studio delle strategie con cui gli organismi viventi affrontano condizioni estreme — offre indicazioni progettuali concrete. Come fa una penna di pinguino a proteggere in ambienti polari? Come fa una conchiglia, con una struttura millimetrica, a resistere al calpestio sulla spiaggia? Sono domande che hanno generato materiali innovativi e geometrie strutturali efficienti — dagli studi sulle volte sottili di Nervi e Musmeci fino alle applicazioni contemporanee della progettazione digitale.

La risposta architettonica, secondo Iuorio, passa dalla capacità di coniugare tre elementi: prefabbricazione, fabbricazione customizzata e adattabilità nel tempo. L’esempio portato al tavolo è il LEAPFactory: una cellula abitativa autosufficiente, leggera, modulare, posizionata a sbalzo a 2.850 metri d’altitudine — un progetto che sposa energia, sostenibilità e specificità architettonica. La stampa 3D, la robotizzazione del cantiere e la progettazione digitale avanzata stanno aprendo la possibilità di un’architettura che si modifica nel tempo in risposta alle sollecitazioni ambientali, esattamente come un organismo vivente.

Iuorio ha poi introdotto il tema della circolarità: il riutilizzo di materiali e componenti non è un’invenzione contemporanea — si faceva nel tempio greco, nelle chiese antiche — ma oggi, con i CAM e una supply chain che si sta strutturando, può diventare un altro tipping point positivo per la filiera.

Il legno come scelta di responsabilità

Marco Pompili ha aperto il suo intervento con una premessa etica: la sostenibilità non è un bollino, è una responsabilità e significa soddisfare i propri bisogni tutelando la possibilità di chi viene dopo di poter soddisfare i suoi. Il settore dell’edilizia incide per circa il 40% delle emissioni globali di CO₂ e consuma il 35-40% dell’energia prodotta sul pianeta. Sono numeri che chiamano a scelte consapevoli, non a greenwashing.

E proprio sulla distanza tra greenwashing e sostenibilità reale Pompili ha costruito il suo ragionamento, portando al tavolo i numeri dei certificati EPD e del Global Warming Potential applicato ai materiali da costruzione. Il confronto è netto: a parità di struttura montata, costruire in legno produce un GWP inferiore del 15-20% rispetto al calcestruzzo e del 25% rispetto all’acciaio. Non perché il legno sia “buono” e gli altri materiali “cattivi”, ma perché è un materiale che nasce stoccando carbonio e non emettendolo.

I vantaggi del sistema costruttivo in CLT — velocità di costruzione (20% in meno rispetto ai sistemi tradizionali), precisione millimetrica, cantieri più sicuri e puliti, strutture più leggere che richiedono fondazioni meno profonde — si traducono in benefici concreti soprattutto negli ambienti estremi, dove servono meno mezzi, meno persone e più certezza nei tempi. Pompili ha però sottolineato un punto cruciale: non si tratta di costruire tutto in legno — è tecnicamente impossibile e sarebbe ideologico — ma di utilizzare tutto il legno possibile, ibridando i sistemi costruttivi per far fare a ogni materiale il ruolo in cui è migliore.

Resilienza a più scale: dall’edificio alla città

Matteo Facchinelli ha tenuto insieme i fili del confronto portando la riflessione dalla scala dell’edificio a quella della città. ARW — studio bresciano attivo nella progettazione architettonica e nella rigenerazione urbana — affronta quotidianamente il tema del riuso di aree industriali dismesse, dove la resilienza non è solo climatica ma anche economica e sociale. La provocazione lanciata al tavolo: l’ibridazione non riguarda solo i sistemi costruttivi, ma anche le soluzioni progettuali — e la resilienza economica è condizione necessaria perché le trasformazioni si realizzino.

La vegetazione urbana, ha osservato Facchinelli raccogliendo gli stimoli dei panelist, non è decorazione ma elemento strutturante dell’intervento: corridoi verdi che generano ventilazione naturale, ombreggiature che mitigano le isole di calore, ecosistemi che ridanno vita ai tessuti storici. È la scala a cui architettura, scienza del clima e industria devono imparare a lavorare insieme: non più il singolo edificio performante, ma l’ecosistema urbano resiliente.

Il contesto come progetto

La Masterclass ha fatto emergere un filo rosso che lega scienza, ricerca e industria: il contesto non è più dato, ma è esso stesso oggetto di progetto. Le montagne che si scaldano al doppio della media globale, i ponti dimensionati per un clima che non c’è più, gli edifici stratificati che richiedono macchine per respirare — tutto converge verso un’architettura che deve imparare ad adattarsi, esattamente come un organismo vivente. Con una responsabilità in più, evocata sia dalla climatologa che dall’industriale: fare in modo che questa transizione non sia un privilegio per pochi, ma diventi motore di giustizia sociale. 

Guarda il video recap della Masterclass!

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