
Bacchi partner della Masterclass by Architecture Insights ospitata da DVArea a Brescia
Il dato è la materia prima della contemporaneità: osserva i fenomeni, racconta i bisogni, rivela le trasformazioni in atto. Ma il dato, di per sé, non è né neutro né oggettivo — è il risultato di una scelta: cosa osservare, come misurarlo, cosa decidere di leggere. E soprattutto, come trasformarlo in decisioni che incidano davvero sulla vita delle persone. È da questa premessa che è nata la Masterclass “Il valore del dato per il benessere delle persone — Dati, decisioni, impatti: strumenti per città più vivibili”, tenutasi lo scorso 14 aprile presso la sede di DVArea in viale Duca d’Aosta a Brescia.
L’evento, organizzato da UsUp nell’ambito del format Masterclass by Architecture Insights e promosso da Bacchi, ha messo a sistema i temi della cybersecurity, della pianificazione urbana e della filiera costruttiva attraverso le voci di Anna Vaccarelli, Presidente di Clusit — Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, Sara Candiracci, Associate Director del team Cities Planning and Design di Arup Milano e Global Leader for Social Value and Equity, e Andrea Riva, responsabile tecnico del Gruppo Bacchi. Ad aprire i lavori Armando Casella, co-founder e CEO del Gruppo DVArea, con Vittorio Chiurato per Bacchi; a moderare il confronto Marta Olivieri, Partner DVArea e Director di ODUElab.
Il prototipo digitale come superpotere dell’architettura
In apertura Armando Casella ha sintetizzato in un’immagine la traiettoria che DVArea — studio attivo dal 2015 con un approccio integrato fondato sui modelli digitali — sta percorrendo da anni. L’architettura è sempre stata prototipo di sé stessa: a differenza di altri settori industriali, non ha mai potuto utilizzare prototipi fisici per testare ciò che poi viene costruito. I modelli digitali (digital twins) invertono questo paradigma: consentono di verificare scenari diversi, di simulare scelte alternative, di costruire la domanda prima ancora del progetto. Una sorta di superpotere per gli architetti: il dato come materia prima per scelte progettuali più consapevoli e per un dialogo più strutturato con utenti, committenti e filiera.


Il dato come infrastruttura critica
Anna Vaccarelli ha spostato il confronto su un terreno che il settore delle costruzioni inizia solo ora a riconoscere come proprio: la cybersecurity. La premessa è netta: generiamo dati ovunque e in continuazione, ma una società realmente data-driven è una società che fonda le proprie decisioni su quei dati. Tuttavia, se è vero che i dati sono valore, sono anche bersaglio: in Italia gli incidenti di cybercrime sono aumentati del 42% dal 2024 al 2025, e tra i settori più colpiti compare per la prima volta in modo strutturale quello delle costruzioni.
Questo avviene perché c’è sempre più digitale nella progettazione — i gemelli digitali appoggiati al cloud, condivisi con fornitori e accessibili da reti diverse — e nei cantieri, popolati di sensori, droni e telecamere che spesso vengono installati senza alcuna attenzione alla protezione e lasciati con password di default. Vaccarelli ha portato esempi concreti: nel 2025 un fornitore di calcestruzzo ha avuto l’impianto principale bloccato per giorni per via di un attacco; un altro produttore ha perso quindici clienti dopo cinque giorni di fermo; un’infrastruttura portuale è stata messa in ginocchio per 72 ore da un singolo attacco. La normativa europea NIS2, che oggi riguarda anche il settore costruzioni, non va affrontata come un adempimento burocratico, bensì come occasione per costruire una cultura della protezione che oggi manca quasi completamente.


Dal dato quantitativo al valore sociale
Sara Candiracci ha portato l’esperienza di Arup sulla pianificazione urbana inclusiva, riportando il dato a una dimensione spesso trascurata: quella qualitativa. Il valore sociale, ha ricordato, non è ciò che si misura alla fine del progetto per riempire un report ESG. È un processo che va pensato fin dall’inizio, perché creare uno spazio urbano che migliori la qualità della vita richiede di porsi domande sin dalle prime scelte: per chi stiamo progettando? Chi stiamo escludendo?
Le barriere sono molte e culturali: in Italia coinvolgere le persone è ancora visto come un rischio più che come un’opportunità, i workshop diventano spesso spazi di sfogo per mancanza di luoghi di confronto, i budget per la partecipazione sono ridicoli (10.000 euro su progetti milionari, e devi ringraziare). Ma il punto è che noi non siamo i nostri utenti e per questo serve un approccio strutturato, capace di raccogliere dati qualitativi tanto quanto quelli quantitativi.
I tre progetti raccontati — la riqualificazione dell’ex scalo merci di Pavia con workshop condotti su oltre 100 bambini dai 3 ai 18 anni, un data center in Spagna ricalibrato dopo un percorso di coprogettazione con la comunità, un masterplan per un’ex fiera a Roma costruito attorno al gioco come strumento di benessere a tutte le età — dimostrano che la partecipazione, quando è fatta seriamente, riduce ritardi, abbassa i rischi sociali e migliora la qualità delle soluzioni. Il messaggio finale portato da Candiracci è che il valore sociale non è social washing: richiede tempo, fondi, professionalità e va pensato con la fine in mente fin dall’inizio.


La filiera costruttiva: il dato che si perde tra progetto e cantiere
Andrea Riva ha portato il tema del dato dentro la filiera produttiva, raccontando una distanza culturale che il settore conosce bene: il dato che caratterizza la progettazione si perde spesso in fase di cantiere. Citando un report McKinsey, è stato ricordato che i grandi progetti vanno a termine in media con l’80% di extra budget e 20 mesi di ritardo — non per colpa dei progettisti, ma per una asimmetria comunicativa che attraversa l’intera filiera.
Il Gruppo Bacchi — 200 persone, 80 milioni di fatturato, copertura integrale della filiera dall’estrazione delle materie prime ai sistemi costruttivi — ha sviluppato un approccio che parte da una constatazione: se il problema è la dispersione del dato, la risposta è in sistemi che obblighino al dialogo tra progetto, produzione e cantiere. La carrellata di progetti presentati — dalla riqualificazione delle Vele di Scampia con tamponamenti monostrato in Gasbeton prodotti a 10 chilometri dal cantiere, ai progetti pluripremiati in Toscana, fino agli interventi di prefabbricazione robotizzata che riducono a un quarto i tempi di costruzione — ha mostrato come materiali minerali, traspiranti e lavorabili come il legno possano semplificare la progettazione, mantenere l’integrità del dato in fase realizzativa e tradursi direttamente in benessere per chi abita lo spazio.


La cultura del dato è la sfida vera
La Masterclass ha fatto emergere una convergenza che attraversa scale e discipline: avere più dati non significa progettare meglio. La sfida è culturale prima che tecnica e riguarda i progettisti, le pubbliche amministrazioni, i clienti, gli utenti finali. Il vero punto è sviluppare la capacità di proteggere i dati che generiamo, di coinvolgere chi userà gli spazi che disegniamo, di mantenere l’integrità dell’informazione lungo tutta la filiera costruttiva. Tre prospettive — cybersecurity, valore sociale, qualità del costruito — convergono su un’unica idea: il dato genera benessere solo se diventa comunione di linguaggio tra chi progetta, chi costruisce e chi abita lo spazio.


